Sui due Papi. Chi è la Roccia?

Sui due Papi. Chi è la Roccia?

di Maurizio Blondet

8 giugno 2016

“Cosa significa? E perché adesso?”, mi ha chiesto per mail un amico americano che ha lavorato per un’intelligence.  Si riferiva alle dichiarazioni che monsignor Georg Ganswein, il bel segretario di Ratzinger, ha fatto il 20 maggio. Dichiarazioni sensazionali.  Don  Georg prendendo a pretesto una occasione qualunque, la presentazione di un libro, ha detto:

Ratzinger è tuttora Pontefice

“Egli non ha abbandonato l’ufficio di Pietro – cosa che gli sarebbe stata del tutto impossibile a seguito della sua accettazione irrevocabile dell’ufficio nell’aprile 2005. Per questo l’appellativo corretto con il quale rivolgerglisi ancora oggi è “Santità”; e per questo, inoltre, egli non si è ritirato in un monastero isolato, ma all’interno del Vaticano – come se avesse fatto solo un passo di lato per fare spazio al suo successore e a una nuova tappa nella storia del papato che egli, con quel passo, ha arricchito con la “centrale” della sua preghiera e della sua compassione posta nei Giardini vaticani.

Un Papato “collegiale”

“Come ai tempi di Pietro, anche oggi la Chiesa una, santa, cattolica e apostolica continua ad avere un unico Papa legittimo. E tuttavia, da tre anni a questa parte, viviamo con due successori di Pietro viventi tra noi –

Dall’elezione del suo successore Francesco il 13 marzo 2013 non vi sono dunque due papi, ma de facto un ministero allargato – con un membro attivo e un membro contemplativo. Per questo Benedetto XVI non ha rinunciato né al suo nome, né alla talare bianca.

“Dall’undici febbraio 2013 il ministero papale non è più quello di prima. È e rimane il fondamento della Chiesa cattolica; e tuttavia è un fondamento che Benedetto XVI ha profondamente e durevolmente trasformato nel suo pontificato d’eccezione.

Era la mattina di quello stesso giorno in cui, di sera, un fulmine chilometrico con un’incredibile fragore colpì la punta della cupola di San Pietro posta sopra la tomba del Principe degli apostoli.

Scontro di due fazioni  cardinalizie

“Nel conclave dell’aprile del 2005, dal quale Joseph Ratzinger, dopo una delle elezioni più brevi della storia della Chiesa, uscì eletto dopo solo quattro scrutini a seguito di una drammatica lotta tra il cosiddetto “Partito del sale della terra” (“Salt of Earth Party”) intorno ai cardinali López Trujíllo, Ruini, Herranz, Rouco Varela o Medina e il cosiddetto “Gruppo di San Gallo” intorno ai cardinali Danneels, Martini, Silvestrini o Murphy-O’Connor; gruppo che, di recente, lo stesso cardinal Danneels di Bruxelles in modo divertito ha definito come “una specie di mafia-club”.

La  fazione anti-Ratzinger, dittatura del relativismo

“l’elezione era certamente l’esito anche di uno scontro, la cui chiave quasi aveva fornito lo stesso Ratzinger da cardinale decano, nella storica omelia del 18 aprile 2005 in San Pietro; e precisamente lì dove a “una dittatura del relativismo che non riconosce nulla come definitivo e che lascia come ultima misura solo il proprio io e le sue voglie” aveva contrapposto un’altra misura: “il Figlio di Dio e vero uomo” come “la misura del vero umanesimo”.

Ratzinger si è dimesso di sua volontà

“Benedetto alla fine non si è dimesso a causa del povero e mal guidato aiutante di camera, oppure a causa delle “ghiottonerie” provenienti dal suo appartamento che nel così detto “affare Vatileaks”  (…) Poteva farlo, perché già da tempo aveva riflettuto a fondo, dal punto di vista teologico, sulla possibilità di papi emeriti per il futuro. Così lo fece” (Don Roberto Regoli, l’autore della biografia su Ratzinger ha precisato, dopo Georg, quel passo Ratzinger “ l’ha compiuto come frutto di una riflessione teologica postconciliare”).

Il Munus petrinum è ancora suo

Ganswein: “…La parola chiave di quella Dichiarazione è munus petrinum, tradotto – come accade il più delle volte – con “ministero petrino”. E tuttavia, munus, in latino, ha una molteplicità di significati: può voler dire servizio, compito, guida o dono, persino prodigio. Prima e dopo le sue dimissioni Benedetto ha inteso e intende il suo compito come partecipazione a un tale “ministero petrino”. Egli ha lasciato il Soglio pontificio e tuttavia, con il passo dell’11 febbraio 2013, non ha affatto abbandonato questo ministero. Egli ha invece integrato l’ufficio personale con una dimensione collegiale e sinodale, quasi un ministero in comune, come se con questo volesse ribadire ancora una volta l’invito contenuto in quel motto che l’allora Joseph Ratzinger si diede quale arcivescovo di Monaco e Frisinga e che poi ha naturalmente mantenuto come vescovo di Roma: “cooperatores veritatis”, che significa appunto “cooperatori della verità” (…) Non è un singolare, ma un plurale”.

Cosa rispondere?  Per un americano, ogni italiano è un vaticanista in potenza; ciò non è mai stato vero, e meno ancora lo è oggi, dove vige nella Santa Sede un Papato fra i più chiusi e segreti e indecifrabili,  dove “Francesco” con la sua junta sudamericana fanno regnare la paura e il mutismo, mentre procedono a sempre più radicali epurazioni di vescovi e cardinali  dissenzienti sulla linea: con tanti saluti alla collegialità.  Qui, ci vorrebbero le competenze e  le intuizioni dei cremlinologi, quegli specialisti che un tempo leggevano  i cambiamenti   nel Comitato Centrale del Pcus dalla scomparsa  di certi  gerarchi alla sfilata della Piazza Rossa.

All’amico non  ho potuto che  rimbalzare le obiezioni del teologo barnabita Padre Giovanni Scalese (“Parlare di una “dimensione collegiale e sinodale” del munus petrinum  (…) con un membro attivo e uno contemplativo, mi sembra davvero troppo. Non so se ci si renda conto della portata di certe affermazioni”):
http://www.lanuovabq.it/mobile/articoli-gnswein-fuori-misura-il-papa-e-uno-16280.htm#.V1foy-RL-2k

E la più tagliente disanima di don Curzio Nitoglia: il quale vede in questa rivendicazione dell’emerito Ratzinger  il compimento di quella rivoluzione che al  Concilio iniziò “il giovane professore Joseph Ratzinger, teologo del cardinal Frings”,  uno dei teologi progressisti, che spingevano radicalmente verso la Collegialità”.

La Spinosa Questione del “Papa Emerito”

http://www.unavox.it/ArtDiversi/DIV1551_Nitoglia_Papa_emerito.html

Naturalmente non da solo, ma come portatore d’acqua e caudatario di  Rahner, il gesuita che dal Concilio scriveva lettere infocate alla “fidanzata”, e dalla schiera dei “periti” tedeschi. Tutti venuti al Concilio con uno scopo preciso:  cancellare il Sillabo, le ottanta proposizioni condannate come eretiche da Pio IX  ne 1864. Nel  Sillabo sono condannati  il liberalismo, le vecchie eresie riproposte nelle idee del tempo, l’ateismo, il comunismo, il socialismo, l’indifferentismo,  lo storicismo,  l’evoluzionismo; secondo i congiurati   esso impediva l’abbraccio della Chiesa alla modernità e ai luterani.

Ancor oggi Ratzinger è fieramente anti-Sillabo e anti-Pio IX. Non ho mai condiviso la  venerazione che hanno di lui certi circoli benintenzionati, che lo credono  un “Modernista moderato”  (allo stesso modo che la propaganda Usa distingue in Siria i “terroristi moderati” di Al Qaeda contro Daesh).E’ l’uomo che ha potuto insegnare, a proposito del Protestantesimo, che “la vecchia categoria di ‘eresia’ non ha più nessun valore”.
Don Nitoglia mostra anzi che Benedetto XVI è “la mente” laddove Francesco è “il braccio” dell’innovazione radicale nella Chiesa.

Oggi, se è Ratzinger che ha ispirato il discorso del suo segretario, delinea una vera e propria gnosi evoluzionista, autoreferenziale, interna alla gerarchia:  Gesù ha dato il mandato a un solo Pietro, ma oggi, dopo evoluta riflessione teologica post-conciliare, il teologo Ratzi ha deciso che ce ne siano due: in   base a una sapienza  superiore,  accessibile solo agli Illuminati – state fuori voi profani,  come potete  giudicare?

“Decuit, potuit, fecit”, come ha detto il segretario citando (a sproposito) Duns Scoto:  gli è parso conveniente (decuit), poteva, l’ha fatto.  In ogni gnosi, gli “spirituali”  si prendono libertà che vietano ai “carnali”, non ancora iniziati.

Il fatto che non so rispondere alle domande dell’amico americano, non significa che non siano domande ottime. Perché? E perché adesso, dopo tanto discreto silenzio dell’Emerito?

Minacce di morte?

Chi lo sa. Ma giusto per esercitare l’istinto complottista:  il 16 maggio, viene diffusa la notizia che il Papa emerito è morto. Notizia falsa, ma lanciata dall’account Twitter del cardinale Pietro Parolin, segretario di Stato vaticano (che idiozia, esporsi a Twitter, avendo quella carica).  E non è stata la prima  volta: il 29 gennaio la morte di Benedetto XVI  era stata già annunciata da un (falso) lancio del Cardinal Bertone; il 31 marzo seguente,  la luttuosa notizia fu attribuita al cardinal Tauran. Una settimana dopo, padre Lombardi,  il direttore della sala-stampa vaticana, mostrava la foto, nelle grotte vaticane, del sarcofago vuoto che “sarà la tomba del prossimo Papa defunto”.

Benchè l’Emerito abbia 89 anni, l’insistenza dela notizia falsa è inquietante. Il suo entourage potrebbe aver interpretato tutto ciò come (Dio  non voglia)  minacce di morte?
Qualcuno ritiene che due Papi sono effettivamente troppi?

Tanto più che poco prima, il 15 maggio, Pentecoste, era stata diffusa la notizia seguente: il vecchissimo teologo Ingo Dollinger, amico di Ratzinger, aveva confidato a un settimanale cattolico americano che nel 2000 lo stesso Ratzinger gli aveva confidato che il Terzo Segreto di Fatima diffuso dalla Chiesa non era tutto; c’era dell’altro, qualcosa che riguardava “un cattivo concilio e una cattiva messa”.

La sala stampa vaticana s’era affrettata a smentire seccamente Dollinger, con un insolito comunicato attribuito direttamente a Benedetto XVI: “Il Papa emerito Benedetto XVI comunica – si legge nel Bollettino della Santa Sede – «di non aver mai parlato col prof. Dollinger circa Fatima», afferma chiaramente che le esternazioni attribuite al professor Dollinger su questo tema «sono pure invenzioni, assolutamente non vere» e conferma decisamente: «la pubblicazione del Terzo Segreto di Fatima è completa».

Ora, Benedetto  non ha potuto scrivere lui, direttamente, e con questo tono insultante, la smentita a Dollinger, suo vecchio maestro. Probabilmente non sa  nemmeno nulla  della faccenda (viene informato di ben poco, lo sappiamo per certo); fatto ancor più imbarazzante, Dollinger ha smentito la smentita, confermando che Ratzinger gli aveva detto  che del Terzo Segreto  non  s’era diffusa la versione completa.

In questo quadro di occulto conflitto e indecifrabili minacce, si situa il discorso del segretario Georg:  che rivendica il  “Munus Petrinus”. Vuol ricordare a chi di dovere che il Papa è ancora lui, Ratzinger? Che non ha mai deposto la funzione?

Si sarà notato il plumbeo  silenzio di “Francesco”, di solito  così loquace, dei suoi  adulatori e della sua Junta a questo discorso del Segretario. Un silenzio, è il caso di dirlo, di tomba.

A  questo punto, è possibile che le dimissioni di Ratzinger non siano state così volontarie come dice il segretario.  Ho a suo tempo ipotizzato che negli ultimi giorni de Papato,  poteri transnazionali che davvero governano  avevano bloccato al Vaticano  l ‘accesso a SWIFT e, una embargo di fatto su tutte le transazioni finanziarie; appena sparsasi la notizia della dimissione del Papa, tutto ha ripreso a funzionare come prima.
Ragioni di opportunità assolute – e la  minaccia di rappresaglie potenti – obbligano oggi l’Emerito a dire e ripetere che se  n’è andato  sua sponte?
Ma allora perché rivendicar il suo essere ancora pontefice?
Certo, se la dimissione è stata forzata, allora il Conclave seguente non è valido….

Come credente,  questa ipotesi mi calma. A me interessa una sola cosa ormai: la validità della Comunione dei sacramenti fino alla fine del mondo.  Essi sono in dubbio, oggi.   La loro validità è connessa al munus petrinus. Sarà bene ricordare questo: a Simone di Galilea, Cristo non disse “Tu sei Pietro”. Gli disse: “Tu sei Roccia, e su questa Roccia fonderò la mia Chiesa. Le porte dell’inferno non prevarranno contro di essa”

Oggi che tutti si riempiono la bocca di “Gesù era ebreo”, sarà bene che non dimentichino a quale Roccia faceva allusione: alla Roccia di Abramo, che sporgeva dal pavimento del Tempio di Gerusalemme.  Solo su quella Roccia – il luogo dove Abramo stava per sacrificare suo figlio per ordine divino –  gli ebrei potevano eseguire il sacrificio dell’agnello, e solo lì era valido – evocava Dio Padre, la sua presenza reale nel Tempio.

Il povero pescatore Simone è stato elevato a Roccia: a  canale della grazia che rende validi i sacramenti.  Se gli ebrei possono eseguire il rito valido in un solo luogo, non così i cattolici: i preti possono consacrare pane e vino in qualunque Babilonia del  mondo, perché dovunque c’è un prete ordinato è la Roccia; e Colui che vi è sacrificato è, insieme  l’Agnello, il Sacerdote e il Tempio. Occorre solo che la successione apostolica (iniziatica, se vogliamo) non sia interrotta;  basta la presenza del Papa legittimo, anche se esautorato agli occhi del  mondo; perché non conta ciò che il Papa ‘fa’, ma ciò che ‘è’; più precisamente  ciò che rappresenta con la sua sola presenza.  Mi pare di intravvedere in questo come una divina astuzia che mantiene, nei tempi della sovversione suprema, la promessa alla Roccia: le porte dell’inferno non prevalgono ancora. Finchè Benedetto  è vivo, c’è il Papa.

Dell’altro, che fa e disfa, non occorre preoccuparsi più di tanto., finché l’essenziale è salvo. Certo Ratzinger ha 89 anni, e alla sua morte  non ci sarà Papa. Ma forse, il tempo che gli è dato (e ci è dato), basterà.

(Il Cardinale Ciappi, il teologo di papi, da Pio XII a Giovanni Paolo II (all’inizio del suo pontificato): “Il Terzo Segreto dice che la grande apostasia nella Chiesa inizia dal suo vertice. La conferma ufficiale del segreto de La Salette (1846): “La Chiesa subirà una terribile crisi. Essa sarà eclissata. Roma (il Vaticano) perderà la fede e diventare la sede dell’Anticristo “).

http://www.maurizioblondet.it/

 

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