La “nuova chiesa” tra terroristi e intellettuali.

La “nuova chiesa” tra terroristi e intellettuali.

Anche senza volerlo e a sua insaputa, un papa può diventare fine del vecchio e inizio del nuovo. Che Benedetto XVI, rispondendo a una domanda di Peter Seewald, si sia definito così, in realtà non è documentabile se non dalla parola di un testimone, il suo segretario Georg Gänswein, unica fonte (quanto attendibile?) dell’episodio citato. E se invece, amplificando la sua rinuncia come una svolta storica che avrebbe aperto una nuova fase nella storia del papato, la si stesse sfruttando per varare l’idea – di stampo storicistico e gnostico – di un cambiamento epocale nella Chiesa, ovvero di una sua trasformazione verso un compimento “spirituale” ancora ignoto alle masse, ma conosciuto dagli iniziati? Se il vecchio di cui si celebra la fine è la Chiesa di sempre, che cos’è il nuovo annunciato? In quale realtà intendono traghettarci certi innominati, se non nel surrogato di una pseudo-chiesa secolarizzata i cui dirigenti, anche ai più alti livelli, a una certa età vanno in pensione, così che li si possa sostituire facilmente quando non servano più a determinati scopi?

La nuova età dello spirito sembra postulare una Chiesa mondanizzata che, priva di ogni carattere di sacralità e assolutezza (al contrario di quella di Sacra Scrittura e Tradizione), possa agevolmente incontrarsi e fondersi con tutte le confessioni, religioni, filosofie e dottrine. È questo l’innegabile intendimento di chi ha manipolato il Concilio Vaticano II e introdotto nei suoi testi i germi letali dell’autodissoluzione. Ora, dopo mezzo secolo di diffusione e maturazione, essi portano i frutti seminati allora. Per poter passare alla “soluzione finale”, però, era necessario creare artificialmente una situazione «che nella bimillenaria storia della Chiesa» fosse «senza precedenti» (Gänswein). Ed ecco che le dimissioni di papa Ratzinger ne offrono finalmente l’occasione. Il Pontefice, isolato, tradito e disatteso, si era reso conto che la cinghia di trasmissione si era spezzata: dalla sala-comandi i suoi ordini non giungevano più ad effetto, mentre nella Curia Romana le varie cordate (in primis quelle di sodomiti) facevano il bello e il cattivo tempo.

In questa situazione di totale ingovernabilità, l’unica soluzione praticabile gli pare allora quella di farsi da parte per godersi l’agognato riposo in qualità di un semplice Pater Benedikt. Ma non è così semplice come sembra: l’aspirante eremita – come già Pietro dal Morrone, imprigionato dal successore Bonifacio VIII – non può uscire dal Vaticano. Ci sarebbe una denuncia presso la Corte Penale Internazionale per la sua dichiarata “omofobia”, per non parlare di chissà quanti ecclesiastici assetati di vendetta per la sua tenace opera di bonifica del clero corrotto. E poi, un papa in più proprio accanto al nuovo può rendere un ottimo servizio per introdurre almeno de facto, se non de iure, l’idea di una mutazione del papato e, quindi, della Chiesa stessa. Siamo veramente sicuri che l’invenzione del papa emerito (con il mantenimento di nome, abito e stemma) sia attribuibile ad un teologo così rigoroso o che non gli sia stata imposta da altri? Non è affatto vero – come sostenuto dal bravo segretario – che sia stato lui a introdurre questa nuova istituzione nel discorso dell’11 febbraio 2013 rivolto ai cardinali; basta leggere il testo.

È fuori discussione che la teoria esposta da monsignor Gänswein il 20 maggio scorso riguardo a un ministero papale allargato (con un membro attivo e un membro contemplativo) è insostenibile dal punto di vista dottrinale, teologico e canonico, anche se la si afferma come un dato di fatto che, in quanto tale, non si potrebbe far altro che accettare. È esattamente il modo di procedere del papa sud-americano, che se ne infischia della teoria ed esalta la prassi. Perché sprecare tempo e fatica in interminabili discussioni, quando basta fare delle scelte e presentarle come normative? Pretendere però che Benedetto XVI, con la sua rinuncia, abbia realmente inteso trasformare il ministero papale in modo durevole e profondo è tutto da dimostrare. Non è sufficiente che ad affermarlo sia un suo stretto collaboratore (peraltro perfettamente inserito nel nuovo regime), perché non c’è modo di verificare se quanto da lui asserito corrisponde veramente al pensiero del Papa dimissionario, che in proposito non ha lasciato trapelare un bel nulla, se non per ribadire la validità delle sue dimissioni. Se poi ci si aggrappa a due o tre parole…

Nella raffica di affermazioni quanto meno sorprendenti del segretario-interprete, si rischia di passar sopra ad un dato singolare che, per un curiale, è semplicemente inammissibile: la rievocazione delle occulte dinamiche che, nel conclave del 2005, determinarono l’elezione del cardinal Ratzinger e che, in linea di principio, sarebbero coperte da giuramento sotto pena di scomunica. Fatto ancor più inaudito, i due partiti in drammatica lotta sono identificati con tanto di denominazioni e di liste dei capi-fila: una serie di cinque nomi e una di quattro; in entrambe gli ultimi due sono coordinati non con la congiunzione e (come sarebbe naturale), ma con un enigmatico o. È vero che si tratta di dati fondamentalmente risaputi, ma un conto è che trapelino per vie traverse, un conto è che li divulghi cotanto personaggio – e con disinvoltura estrema, come se parlasse della formazione della nazionale agli europei di calcio.

Ovviamente siamo troppo poco addentro agli arcani di certi giochi politici per coglierne le finezze, ma sembra chiaro che si tratti di un avvertimento in linguaggio cifrato. Il partito perdente nel 2005, poi vincitore nel 2013, sta probabilmente reclamando le riforme strutturali pretese come prezzo dell’elezione di Bergoglio. Ma Francesco non sopporta pressioni da parte di nessuno, nemmeno dei suoi elettori; al contrario, si diverte a tener tutti sulla corda, compresi i suoi stessi amici: egli non permette ad alcuno di loro di acquisire un potere tale da poterlo condizionare. Anche il cosiddetto Gruppo di San Gallo («che, di recente, lo stesso cardinal Danneels di Bruxelles, in modo divertito, ha definito come “una specie di mafia-club”») deve guardarsi dall’alzare troppo la testa, visto che proprio l’emerito primate belga – tanto per dirne una – ha coperto decine di preti pedofili e perfino un vescovo, poi rimosso dall’odiato Benedetto. Gli agguerriti “riformatori” (eccetto chi è già morto) hanno evidentemente di che temere che qualcuno apra i loro armadi…

Con questa sommaria analisi non si vuol certo affermare – sarebbe un sogno! – che sia un corso una lotta tra il partito progressista e un partito conservatore; se così fosse, uno che volesse attaccare il primo non proclamerebbe con tanta sicumera e senza pezze d’appoggio, in un contesto che non potrebbe avere maggior risonanza mediatica, che «il ministero papale non è più quello di prima», da quando Ratzinger avrebbe «integrato l’ufficio personale con una dimensione collegiale e sinodale». Fra gli artefici delle rivoluzioni ci sono due categorie di persone: i terroristi e gli intellettuali; il braccio e la mente. I primi le realizzano con la violenza, i secondi con le idee. Alla riuscita della rivoluzione sono necessari entrambi i gruppi, ma è evidente che l’ideologia debba avere la priorità. Oggi gli ideologi della mutazione ecclesiale stanno forse rivendicando il comando rispetto ai guerriglieri; se c’è uno scontro, è tutto intestino.

Da parte loro i “buoni” – si vocifera – preparano la successione (visto che l’attuale pontefice ha ventilato la possibilità che ci sia più di un papa emerito vivente), ma si mantengono in rigoroso silenzio. Nel frattempo, il gregge allo sbando si precipita su pascoli velenosi e acque inquinate. Noi, che per grazia di Dio e dell’Immacolata ci manteniamo sulla retta via, preghiamo con la divina Parola perché il Signore si degni di visitarci e di ripulire una buona volta la Sua aia (cf. Mt 3, 12); in fin dei conti è Sua.

Alza per sempre il tuo braccio contro la loro superbia: quanti mali ha commesso il nemico nel santuario! E coloro che ti odiano se ne vantarono nel luogo stesso delle tue solennità. […] E fino a quando, o Dio, insulterà il nemico e l’avversario bestemmierà continuamente il tuo nome? E perché ritiri la tua mano? Tira fuori dal tuo seno la tua destra una volta per sempre. […] Non consegnare alle bestie le anime che ti professano e non dimenticare per sempre le anime dei tuoi poveri. […] Sorgi, o Dio, giudica la tua causa: ricordati degli oltraggi fatti a te, di quelli che lo stolto ti rivolge tutto il giorno (Sal 73, 3-4.10-11.19.22 Vulg.).

http://lascuredielia.blogspot.it/

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