L’Avvenire della Chiesa.

L’Avvenire della Chiesa.

di L. P.

 


Parte prima

Oggi vogliamo offrire ai lettori un saggio dell’involuzione dottrinaria – teologia e morale – in cui  gli uomini di Chiesa, e gli esponenti dell’informazione cattolica, si stanno incartando, storditi dalla giulebbosa e mefitica  “aria nuova” di roncalliana memoria e proni all’untuosa pastorale eversiva di Papa Bergoglio.

Il fatto che racconteremo riguarda la risposta che il Dr. Marco Tarquinio, Direttore di “Avvenire”, organo della CEI, ha rilasciato ad alcuni critici lettori – cinque, tra cui noi – sul tema della sodomia e dell’apertura ecclesiastica a questa oscena condizione di vita (3 settembre 2016). E per ben illustrare i particolari dello scenario entro cui si dispiega la nuova teologìa “avveniristica” dobbiamo, per necessità, trascrivere la lettera che noi, il 20 agosto scorso, inviammo a quel quotidiano per la rubrica “Il Direttore risponde”, dalla quale i lettori comprenderanno da sùbito la dimensione gelatinosa, liquida, mobile e relativistica dell’argomento in cui galleggia la replica del Direttore.
Ecco in appresso quanto gli scrivemmo:

Caro Direttore,

ho letto la lettera di Domenico Volpi e la sua risposta di venerdì 19 agosto 2016 (“quelle enfasi guardone del sistema mediatico”), e mi permetto di precisare che, sobria o non sobria, la esternazione con cui un’atleta italica ha dedicato la medaglia alla propria “compagna”, resta che tanto questa manifestazione, che è tuttavìa massmediatica e sottilmente propagandistica, che la stessa condizione di vita delle due donne, sono abominio davanti a Dio. A meno che la perenne dottrina della Chiesa non abbia cancellato il peccato di sodomia. E da come si avverte e si constata – vedi il sempre più frequente numero di coppie sacrileghe che accedono alla Comunione – pare che sia così. Ne dà prova quella coppia di due uomini – 79 e 83 anni – “congiunta” giorni fa’ in matrimonio dalla sindaca di Torino, che ha “consumato il viaggio di nozze” andandosene a Lourdes in ringraziamento (!) per la conquistata felicità. Questo è quanto ci dice la cronaca e questo ci dice l’andazzo delle cose.

Si armino, i lettori, di santa pazienza e di autocontrollo perché la risposta di Tarquinio alla nostra lettera, e a quelle degli altri quattro scriventi, è di una inaudita protervia intellettuale e di superficialità, di uno sbrodoloso relativismo e di un capovolgimento etico per i quali reati parti offese non sono solo i lettori o la comunità cattolica, ma in primis la Parola di Dio. Una manifesta adesione, la sua, ai comandamenti del mondo – liberismo, licenza, massoneria, edonismo – e, di contro, una disinvolta disobbedienza a quelli di Dio, condita con la salsa bergogliesca della misericordia spalmata a dosi industriali.

Ed, allora, noi, adoperandoci con quella severa ma proficua didattica della correzione che già, in tempi lontani dell’insegnamento, praticammo armati di matita rosso/blu, faremo scorrere la risposta del dr. Tarquinio apponendo via via, ai vari passaggi della risposta, la nostra rispettiva chiosa, argomentata e sostenuta da oggettiva e probante dottrina.
E, allora, andiamo a incominciare.

Dopo l’esordio di prammatica, con cui il direttore esprime l’interesse e il rispetto per le opinioni di chiunque dolendosi alquanto per quelle che talora traspirano toni anche “sferzanti”, chiede ai cristiani “qualcosa in più della civiltà formale” di espressione, soprattutto quando “ci si avventura a giudicare la vita e la fede degli altri”.

E, a rafforzare questa sua considerazione, così scrive:

1 – Quando sento di cadere anch’io in questa tentazione, vado a rileggermi un passo del Vangelo di Matteo (7, 1-11) che penso sia utile non solo a me. In particolare, mi chiedo: ma come si fa, in assoluto, e senza sapere nulla della vita di quelle persone, a condannare come “blasfema” un’intenzione di pellegrinaggio a Lourdes per ringraziare di ciò che si è avuto nel corso della propria esistenza?.

Premessa: noi siamo di quelli che rifiutano il mantra “rispetto le tue idee”, che le idee non le rispettano quasi fossero idoli, ma le combattono se contrarie alla logica o le approvano, condividendole  e sostenendole quando foriere di Verità. Per questo ci piace amministrare la sferza del rigore – la correzione fraterna –  specialmente contro chi, pur avendo professato voto e giuramento di diffondere e difendere la parola di Dio, si esercita ad inquinarla con argomenti capziosi. Punto.

Tarquinio rimprovera i cinque lettori, e con essi la legione di anonimi che senza dubbio nutrono la loro stessa opinione, perché affermano come blasfemo il pellegrinaggio a Lourdes, compiuto da due sodomiti dichiarati e praticanti, contrapponendo, il direttore, siffatta condizione di peccato come qualcosa di altamente luminoso tale da far decidere ai due di renderne debito ringraziamento alla Madonna.

Certamente, in linea di principio etico giudicare al buio è sempre non solo azzardato ma financo illecito. Ma dacché i due in oggetto sono individui che palesemente, con una cerimonia civile officiata dalla sindaca di Torino, hanno pubblicamente ammesso e dimostrato la propria condizione di peccato grave e di scandalo, c’è quanto basta per ritenerli peccatori pubblici. E c’è poco da citare San Matteo che ci mette in guardia dall’osservare la pagliuzza nell’occhio altrui trascurando la propria trave. Non giudicate per non essere giudicati: giusto, caro Tarquinio, poiché  il monito di Cristo riguarda un contesto in cui il giudizio è avventato in quanto basato sulle mere apparenze. Ma in questo caso stiamo davanti a uno scandalo per la cui gravità lei avrebbe dovuto richiamare un altro monito ben più aspro e terribile, quello che Cristo indirizza ai seminatori di scandali (Lc. 17, 1/3).

Ma ci rendiamo conto? Costoro, i due sodomiti, che dovrebbero appendersi una macina al collo e gettarsi in mare, se ne vanno invece, con la benedizione della pubblica e laica opinione e con la presunzione di innocenza rilasciata dal “cattolico” Avvenire, in pellegrinaggio a Lourdes, ad immergersi nelle vasche della guarigione, per uscirne e continuare la vergognosa pratica della lurida omosessualità.

Non ci sarà per costoro l’acqua lustrale ma un fuoco inestinguibile, come Gesù ha insegnato.

E la nostra maggior Musa, che ben si staglia nella sublimità di una dottrina cattolica assolutamente pura, adamantina ed inequivoca, condanna i sodomiti a correre, nell’inferno, nudi e abbrustoliti sotto una pioggia di fuoco (Inf. XIII) la cui reminiscenza con quello biblico, sotto cui sprofondarono Sodoma e Gomorra (Gen. 19, 23/26), è quanto mai evidente. Altro che “rispetto, attenzione, deferenza, accoglienza, misericordia” di cui l’attuale pontificato riempie la cronaca mondiale!

Che cosa, poi, di bello e di esemplare codesti due satiri possono deporre ai piedi della Vergine?  Da quanto Tarquinio scrive, pare che la sporcizia di un commercio carnale e contro natura che, Dio non voglia, i due avranno praticato anche in quella terra consacrata, sia lodevole prodotto di cui render grazie a Dio.

INITIUM SAPIENTIAE TIMOR DOMINI

2 – “E come si fa a immaginare e porre, noi, limiti all’amore di Maria, madre di Dio e madre nostra?”

Ha ragione Tarquinio, ha ragione, perché Papa Bergoglio, intriso di misericordia, ha affermato, in piena convinzione, che la Madonna è così tenera, compassionevole e astuta che, allorquando San Pietro, rigido custode e geloso clavigero del Paradiso, al sopraggiunger della notte si addormenta o si allontana, ella di soppiatto e in silenzio fa entrare i poveri peccatori (Radio Vaticana, 15/8/2013).

Intriso di misericordia a tal punto Bergoglio da non esitare dal descrivere la Madre di Dio come una sessantottina sovvertitrice dell’ordine divino, una che di notte apre al nemico le porte della città. Noi sapevamo, e credevamo, che in Paradiso si entra con le carte in regola e vestiti dell’abito nuziale (Mt. 22, 11/12) e questa storia di Maria che fa entrare chi l’abito non solo non ce l’ha, ma addirittura chi lo porta ce l’ha sporco, è di marca blasfema ed eretica.
Come ben si vede, stiamo davanti alla rottamazione del “timor Domini” (Salmo 110, 10) e di tutta l’escatologìa che ha retto la morale in due millenni di storia. La porta stretta, che conduce alla salvezza (Mt. 7, 13/14), è diventata, nella pastorale di Papa Bergoglio e nell’esegesi di Avvenire organo CEI, larga e praticamente senza vigilanza, spalancata e aperta a tutti, anche e soprattutto ai peccatori, mentre quella che conduce alla perdizione, da larga che era è diventata angusta, addirittura, secondo alcuni – U. von Balthasar e soci – chiusa con un conseguente inferno vuoto.
3 –  “E ancora, su un altro piano: come si fa a considerare “politicamente corretta” la scelta di registrare ciò che quasi tutti gli altri massmedia hanno taciuto. E cioè il fatto che due persone omosessuali parlino apertamente della propria fede cattolica e dicano cose seriamente controcorrente rispetto alle note e sbagliate rivendicazioni dei movimenti politici gay sul “diritto” ad avere figli ad ogni costo con utero in affitto, stepchild adoption e quant’altro? Io a due persone così – che sono credenti, vivono assieme da mezzo secolo e liberamente si misurano con l’esigente via che la Chiesa (CCC 2359) indica agli omosessuali – auguro ogni bene e dedico a mia volta una preghiera”.

Straordinario! Tarquinio non si fa remora di venderci una patacca e, cioè, quella relativa alla testimonianza di fede cattolica che i due “apertamente” attestano. Noi, non portiamo l’anello al naso né siamo soliti trangugiare qual che sia beveraggio, men che meno questo bischero distillato di superficialità.

Non basta, caro Tarquinio, gridare al vento una propria fede, in questo caso cattolica, per dirsi ancorati nella stessa. “Non chiunque mi dice: Signore, Signore, entrerà nel regno dei cieli, ma colui che fa la volontà del Padre mio che è nei cieli” (Mt. 7, 21);non basta, proclamare di essere cattolico perché la storia è piena di cialtroni che tali a chiacchiere si dissero, uno per tutti quel Jack Kerouac che, tra una sbornia e una sniffata, se ne andava dicendo “I’m catholic” – uccellando il credulo buon Socci – salvo poi partire, con i suoi compagni di lordura e di orgia: Borroughs, Ginsberg e compagnìa recitando,  in quel di Tangeri, alla compra di carne infantile per i loro sacrileghi, sporchi e violenti giochi. Tanto “catholic” da morire soffocato da un rigurgito di alcool e droga. Un martire del vizio. E come costui tanti altri, non ultimo quel tristo batterista del complesso “Eagles of death metal”che il 23 novembre 2015, nel ritrovo parigino del Bataclan, pestava sulle percussioni al ritmo di una satanica canzone allorquando Lucifero si materializzò sotto forma di terroristi islamici. Costui dichiara, pensate un po’, di essere cattolico praticante.Straordinario Tarquinio che, di séguito, evidenzia quale preziosa medaglia al merito, il fatto che costoro – i due sodomiti, tali dichiaratisi in quanto fattisi registrare come tali dall’ufficio comunale – respingano tutte le teorìe e le rivendicazioni avanzate dai gruppi LGBT, e cioè: il diritto, per i sodomiti, ad avere figli ad ogni costo sia per maternità affittata sia per l’adozione (rifuggo dal barbaro termine anglomane!).

Straordinario, perché questo atteggiamento di… coraggio e di anticonformismo prevale sulla grave condizione di scandalo in cui persistono e l’annulla. Bella testimonianza opporsi alle farneticanti richieste del mondo omosessuale e poi praticare il medesimo commercio carnale.
Si vede in maniera chiara quale sia, per Tarquinio, la scala dei valori su cui egli pone al primo piolo l’ipocrisìa chiacchierona azzerando la virtù della castità, la sequela alla parola di Dio e la perenne dottrina della Chiesa. Ed allora noi riportiamo, per opportuno svegliarino a chi facilmente dimentica, il canone 1867 del CCC che così recita: La tradizione catechistica ricorda che esistono “peccati che gridano verso il cielo”. Gridano verso il cielo: il sangue di Abele; il peccato dei sodomiti; il lamento del popolo oppresso in Egitto, il lamento del forestiero, della vedova e dell’orfano; l’ingiustizia verso il salariato.Il successivo can. 1868, pur rammentando che siffatti peccati sono personali, possono far ricadere la responsabilità in altri soggetti quando, siffatti peccati siano protetti, lodati ed approvati. Ma su questo tema torneremo nella seconda parte, adducendone esempi concreti.
Non soddisfatto, quindi, di aver, contro il disposto citato, decorato al valore i due, ne loda la esemplare convivenza che, pensate, dura da oltre mezzo secolo e questa longevità diventa attestato di fede. Due uomini, che da oltre cinquant’anni persistono in uno dei più gravi peccati, se ne vanno a Lourdes per ringraziare la Vergine della felicità raggiunta per essere, cioè, stati riconosciuti, in “virtù”… ops! In “vizio” del decreto Cirinnà, come coppia ufficiale e, per questo, degni di essere additati dal direttore di Avvenire come “credenti” e che, a tal proposito, si sarà chiesto: se credenti nell’unico Dio, quello “non cattolico” di Papa Bergoglio, sono, dal Conciliabolo Vat. II, ritenuti: islamici, buddisti, animisti, ebrei, induisti…, perché mai non possono essere credenti di fede cattolica due sodomiti che da oltre mezzo secolo felicemente convivono e, miracolo!,  vanno in pellegrinaggio a Lourdes per render grazie di questo raggiunto record?

Noi, come lui, volentieri eleviamo una preghiera per costoro, non per esaltarne la condotta peccaminosa ma per chiedere al Signore di illuminar loro mente e cuore abbandonando questo abito immorale che è soltanto causa di scandalo, finendola di prendere per il naso ingenui e “cristiani adulti”.


 

Parte seconda.

Dopo aver recitato una preghiera a pro’ dei due omosessuali ufficialmente registrati eppur “credenti cattolici”, che simmetricamente ricordano l’altrettanto sodomita più famoso, Nicola Vendola, che si picca di definirsi anch’egli “cattolico”, riprendiamo il filo del nostro commento alla corrispondenza del dr. Marco Tarquinio, Direttore di “Avvenire”  a trazione e a targa CEI.

Ricordiamo che il tema su cui verte l’intero nostro intervento riguarda l’omosessualità, la “pastorale” che di essa vien insegnata e, in particolare, il pellegrinaggio, a Lourdes, di due sodomiti quale rendimento di grazie per essere, costoro, riusciti a convivere “felicemente” per oltre cinquant’anni. Un primato.

Ma vediamo:

4 –  Papa Francesco in una risposta divenuta subito celebre, data il 29 luglio 2013 ai giornalisti che lo intervistavano durante il volo di ritorno dalla Gmg brasiliana, ha affermato: “Se una persona è gay, e cerca Dio, e ha buona volontà, ma chi sono io per giudicarla?”. Trovo strano, ma non mi stupisce, che nel citarla più di un cristiano rimuova le decisive parole “e cerca Dio, e ha buona volontà”.

Allo scopo di conferire forza e vigore al divieto di giudicare, dopo aver scaltramente tirato fuori dal repertorio delle citazioni Mt. 7, 11 tralasciando, però, l’altro Mt. 18, 6 riferito allo scandalo, Tarquinio sfodera il “celebre” interrogativo di Bergoglio lanciato da/in alta quota – la condizione migliore per le “uscite” papali – che tanto inevitabile scalpore ed imbarazzo ha suscitato nella coscienza della comunità cattolica.Cogliamo, con questo riferimento, l’occasione per esplicitare una nostra riflessione che speriamo sia condivisa dai lettori.

Essere omosessuali è condizione derivante o per geneticità o per vizio. Nella prima, data come fenomeno di trascurabile percentuale, tràttasi di soggetto che vive una tensione comportamentale, affettiva e psicologica contraria alla propria fisicità – gay se uomo, lesbica se donna – che, a rigor di dottrina, non viene imputata a colpa, mentre nella seconda è palese che, stante una mutazione causata da perversa condotta, si pone una connotazione di colpevolezza tanto più che, in siffatto soggetto, la pratica omosessuale diventa volontaria e costante pratica e, perciò di gravissima reità. 

Nella prima condizione può avvenire: o che tale tensione, guidata da un cosciente rispetto della legge di Dio e, perciò, contenuta da un viver casto ed esemplare in termini di rapporti sociali, porti al merito della sofferenza o che, diversamente, lasciata libera divenga condotta peccaminosa.

Il CCC, al canone 2359, così recita: “Le persone omosessuali sono chiamate alla castità. Attraverso le virtù della padronanza di sé, educatrici della libertà interiore, mediante il sostegno, talvolta, di un’amicizia disinteressata, con la preghiera e la grazia sacramentale, possono e devono, gradatamente e risolutamente, avvicinarsi alla perfezione cristiana”.
Comando che, trasferito alle persone eterosessuali, vale altrettale obbligo di vita pura e casta.

Nella seconda condizione si ha una vita vissuta nella dissolutezza di azioni e comportamenti “intrinsecamente disordinati e contrarî alla legge di natura” (CCC canone 2537) di cui è nota la condanna comminata dal Signore a Sodoma e Gomorra (Gen. 1, 29), chiaro il comandamento che ne vieta la pratica (Lv. 18, 22 – 20, 13) ed esplicito l’ammonimento dell’Apostolo (I Cor. 6, 9/11), dal che si vede come l’omosessualità sia condizione spregevole solo e soltanto se fatta stile e regola di vita trasgressiva.

Il “celebre” interrogativo di Papa Bergoglio, lanciato così in maniera diluita e generica nonché privo di ricognizione dottrinaria, si attiene tuttavìa al dettato della Parola di Dio e del Catechismo cattolico, e non saremo noi a dissentire per voglia di polemica.

L’enunciato teorico, però, smentisce la logica quando, in circostanze in cui si dovrebbe intervenire con la denuncia della trasgressione perché mancanti la cerca di Dio e la buona volontà, lo stesso Papa Bergoglio, disinvoltamente tratta il vizio, palesemente vissuto, come condotta a cui devolvere l’affetto di un abbraccio.

I lettori, infatti, ricordano per averne noi già scritto, dell’incontro che Papa Bergoglio ebbe nella Nunziatura di Washington dove, nell’ambito del suo viaggio pastorale in USA – settembre 2015 – con trasporto e commozione abbracciò un suo ex alunno, Yayo Grassi, già sacerdote, noto sodomita e il suo “compagno” Iwan, quandodiversamente quel tristo scenario andava relegato nel riserbo ove, con determinata autorità, avrebbe dovuto rimproverare la coppia esigendo un cambio di vita. Macché! Fu tanta l’euforìa di quell’incontro che il sodomita Yayo dichiarò alla stampa: “Io amo Francesco, è un uomo buono” (La Repubblica, 2/10/2015). Non sappiamo ma, dato il personaggio, potremmo immaginare di che conio sarebbe questo amore. . .

Il lettore potrebbe chiederci dove sia il contrasto tra l’interrogativo papale e lo scenario del fatto di cui sopra, dove, invece sembra che tutto collimi con il convincimento di Bergoglio che non giudica. Rispondiamo sottolineando che il gay, a cui il celebre interrogativo si riferisce, è di quelli che “cerca Dio e ha buona volontà”. Nel melmoso, lercio e fecale caso di Yayo e del suo amasio non sembra a noi che costoro vadano alla cerca del Signore conducendo una vita avvoltolati nel brago della sporcizia. Non vi pare?

Non era, forse, quello il momento, per il Papa, di chiarire l’altra faccia della questione, cioè quella del gay che “non cerca Dio e non ha buona volontà”? Al contrario: abbracci, foto ricordo, auguri e figli maschi…!

Ed ebbe, Sua Santità, qualcosa da obiettare quando, a Genova, nella cattedrale di San Lorenzo, il pavido, cereo e stenterello cardinal Angelo Bagnasco, Presidente CEI e proprietario di Avvenire, in occasione dello squallido funerale del pari squallido prete don Gallo, amministrò la Santissima Eucaristìa al noto, dichiarato ed esibito trasgressivo, sodomita, buddista, ateo Vladimiro Guadagno, in arte-porno Valdimir Luxuria?
Forse che costui è tra coloro che “cercano Dio ed hanno buona volontà”?

E ancora, quando affermò che “le coppie omosessuali pongono sfide educative nuove da dover comprendere” (Il Messaggero, 4/1/2014)?  E quando, il 24 gennaio del 2015, ricevette in udienza “strettamente privata” (sic) concordata da due precedenti telefonate partite dalle sacre stanze, il transessuale spagnolo ex donna, Diego Neria Lejarraga, unitamente alla propria fidanzata e con i massmedia convocati e disposti in parata? E quali  provvedimenti sta adottando contro quei parroci arcobaleno che, in questi giorni, presentano alla comunità, davanti all’altare, sporche coppie omosessuali, accolte con applausi e grida giulive?

Silenzio, solo complice silenzio!

El Papa Francisco con a su derecha [dx] Macarena, la novia/o de Diego Neria Lejarraga, y este mismo a su izquierda [sx]

Papa Bergoglio si trincera dietro la categorìa pastorale dell’accoglienza e dietro il dettato evangelico (Mt. 7, 1/11) che vieta di giudicare ma dimentica che, in un altro passo dello stesso evangelista, Gesù consegna a Pietro, e ai suoi successori, “le chiavi del Regno dei cieli” conferendo un potere, il più alto mai concesso all’uomo, con cui “tutto ciò che legherai sulla terra sarà legato nei cieli, e tutto ciò che scioglierai sulla terra sarà sciolto nei cieli” (Mt. 16, 19). E simile potere la Chiesa, nel corso dei secoli, lo ha esercitato sia quando ha perdonato popoli, nazioni, città, persone o quando li ha condannati attraverso lo strumento del giudizio, mai avventato però e sempre improntato a carità fraterna, a difesa dell’integrità del Depositum Fidei e a gloria del Signore. Sino a quando, però, G. XXIII decise di sostituire le “armi del rigore con la medicina della misericordia” sul cui aspetto modernista è magistralmente intervenuto E. M. Radaelli con l’ultimo suo saggio critico “Street Theology – Teologìa di strada. Ed. Fede e Cultura 2016, pag. 34/37”.

Se c’è uno che “può” giudicare è solamente il Vicario di Cristo e siccome Papa Bergoglio ama qualificarsi col solo titolo di “Vescovo di Roma” e salutare i fedeli con un borghese “buon pranzo”, se ne potrebbe dedurre che, buon per lui, non abbia ricevuto il potere assoluto di legare e di sciogliere. In attesa di un Papa che, Dio volendo, riprenderà a gestire le due chiavi, d’oro e d’argento (Purg. IX, 117/118) con cui “giudicare”.

5 – Ma non riesco a capire perché un cattolico debba formulare giudizî come quelli contenuti nelle prime tre lettere che “censurano” il senso di quella risposta del Santo Padre, disprezzando la libertà di Dio di parlare al cuore di tutti e di ciascuno, e la libertà di tutti e di ciascuno di rispondergli.

Breve la chiosa a questo “sofferto” sfogo. Tarquinio dimentica che quando una persona è motivo di scandalo – e i due satiri lo sono – scuote l’ordine etico e spirituale della comunità dei fedeli i quali, protetti dal pastore e dalla propria fede, hanno il dovere di sfuggire all’influsso nefasto dello scandalo e, pertanto, sono in diritto di denunciare il lupo nell’ovile, cioè il pubblico peccatore.

In quanto, poi, alla libertà che Dio gestisce, parlando al cuore dell’uomo, e che i cinque lettori, secondo lo zelo misericordioso di Tarquinio, “disprezzano”, va precisato che nessuno pretende di arrogarsi tale ufficio perché crediamo alla infinita bontà di Dio che “ha sì gran braccia/ che prende ciò che si rivolge a lei” (Purg. III, 122) ma parimenti crediamo che il Signore sia libero anche di tacere davanti a circostanze particolari. Ed infatti:

“Pilato. . . saputo che Gesù apparteneva alla giurisdizione di Erode, lo mandò da Erode che quei giorni si trovava anch’egli a Gerusalemme. Vedendo Gesù, Erode si rallegrò molto, perché da molto tempo desiderava vederlo per averne sentito parlare e sperava di vedere qualche miracolo fatto da Lui. Lo interrogò con molte domande, ma Gesù non gli rispose nulla” (Lc.23, 7/8).

È questa la libertà di Dio che, davanti all’assassino, adultero e pedofilo Erode, sceglie di tacere: il silenzio di Dio davanti al seminatore di scandalo. È un silenzio molto più espressivo ed educativo del parlare, perché suona come denuncia del peccato e rottura del legame che unisce la creatura al suo Creatore.

6 – Non sono certo l’interprete autentico del Papa – che del resto come tutti sanno non ne ha affatto bisogno, visto che si spiega benissimo da solo – ma ritengo che ci fosse anche questo alla base della sua frase sul dover “chiedere scusa ai gay”.

Caro Tarquinio, affermare che Papa Bergoglio sappia spiegarsi benissimo è cosa piuttosto azzardata ed estemporanea perché innumeri sono le volte che l’ex portavoce della Sala Stampa Vaticana, padre Federico Lombardi, è dovuto intervenire per diradare, raddrizzare, correggere, smentire addirittura, esternazioni in cui, o dalla casa di Santa Marta, o da alta quota, o dalle udienze, Sua Santità s’era prodotto in maniera disinvolta. Ne tralasciamo la contabilità perché lungo sarebbe il catalogo delle smarronate a cui il citato portavoce ha dovuto mettere una pezza.

In quanto alle scuse da presentare a sodomiti, pederasti, lesbiche e categoria intera, definiamo piuttosto sfrontato, audace, offensivo e lesivo della maestà della Scrittura questo monito dacché il Dio degli Eserciti dovrebbe scusarsi con Sodoma e Gomorra, figurando Egli come imputato nel giorno del Gran Giudizio, così come dovrebbe scusarsi anche San Paolo  per quelle roventi parole rivolte ai Corinti: “Attenti a non illudervi: né fornicatori, né idolatri, né adulteri, né effeminati, né sodomiti, né ladri, né avari, né ubriaconi, né maldicenti, né rapitori saranno eredi del regno di Dio”(I Cor. 6, 9/10).
Direttore, lasci perdere questa presunzione cialtrona e ridicola.

Il 23 agosto del 2005, l’uragano Katrina devastò la città di New Orleans (USA) provocando, con lo straripamento del Mississippi, 1836 vittime. Una settimana prima, nella stessa città, il “gay pride” s’era esibito in una processione blasfema in cui, sodomiti e lesbiche, avanzavano mascherati da Madonna, San Giuseppe e Gesù Bambino. Scuse anche per l’uragano? Non sarebbe cosa difficile per l’attuale Gerarchìa che non sa far altro che chiedere perdono al mondo.

7 –  Un’ultima cosa, a proposito di “scivoloni”. Credo che sia uno scivolone molto serio da parte di alcuni difensori della famiglia costituzionalmente definita quello di continuare a sostenere – all’unisono con Monica Cirinnà e con i portavoce dei movimenti gay – che in Italia è già stato introdotto di fatto il “matrimonio omosessuale” Le unioni civili non sono (ancora) il matrimonio tra persone dello stesso sesso. È vero che anche nel nostro Paese, per le ragioni che ho molte volte spiegato e che qui non ripeto, siamo su un piano inclinato, ma proprio per questo continuare a spingere nella direzione errata, anche solo per polemica o magari per pigrizia mentale o magari lessicale, dando per scontato quello che scontato non è, mi sembra semplicemente miope.

Non sappiamo se questa conclusione debba considerarsi più bischera che illogica. Quanto meno è indiziaria di scarso senso della dimensione teologica ed etica. Sciocchi sono quei vanerelli difensori della famiglia naturale – uomo/donna – che, privi di discernimento giuridico, considerano il turpe decreto Cirinnà come introduttivo del “matrimonio omosessuale” perché, fa capire Tarquinio, si tratta soltanto di “unioni civili”.
Il timido direttore, che giustamente deve difendere  il proprio posto di lavoro assolvendo il compito di megafono della CEI del bergogliano Mons. Galantino, sbatte in faccia ai sostenitori dell’ortodossìa matrimoniale questa differenza come lo spartiacque tra peccato e non/peccato. Il fenomeno prevalente sul noumeno, l’accidente sulla sostanza.

A lui non interessa che matrimonio omosessuale o unione civile non fa, davanti al tribunale di Dio,  differenza alcuna perché in entrambe le condizioni grava il reato contro natura. No! A lui preme l’espediente linguistico del sintagma “unione civile”  che, sottilmente, si attribuisce al potere della legge civile che, come è noto, la Gerarchìa postconciliare ritiene del tutto “separato” da quella divina e, quindi, assolutamente indipendente e libero in àmbito etico. Pensiero e dottrina autenticati dal Papa che dichiara, in questo contesto, di non immischiarsi di politica e dal Segretario di Stato, cardinale Pietro Parolin, per il quale è importante che, in questa faccenda, “non si adottino grimaldelli come l’equiparazione dell’unione civile al matrimonio” (Vatican Insider, 23/2/2016) il che equivale a salvare le apparenze e non disturbare la corrispondenza di amorosi sensi che filano e intercorrono tra la Santa Sede e il mondo liberal/massonico.
Questo è in sostanza ciò che interessa alla Gerarchìa bergogliana.

E, allora, questi cattolici che si ostinano a predicare la santità della famiglia naturale, la smettano di scivolare su questioni tanto chiare. La sodomia praticata in “unione civile” – se lo ricordino – è cosa che non riguarda la coscienza dei cattolici i quali potranno obiettare solo quando questo vizio sarà legittimato dal “matrimonio omosessuale”. Avete capito?

Ma alla fine, Tarquinio, preso forse da un momento di lucidità, riconosce che si sta camminando su un piano inclinato, cosa  che, tuttavìa – ecco riemergere il pompiere maestro in Israele – non legittima polemiche o amenità lessicali. Gli rammentiamo che, in un piano inclinato, il moto di un grave lasciato libero aumenta progressivamente specialmente in punto di arrivo secondo il noto “motus in fine velocior”.
In quanto alla miopìa altrui curi la sua col dare ascolto al consiglio evangelico che dice “Medice, cura teipsum” (Lc. 4, 23) – medico, cura te stesso.

Fine

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