Il mistero di Padre Pio

Il mistero di Padre Pio

Caro Gnocchi,

è trascorsa da un poco la festa di padre Pio e mi pare che non se ne sia parlato troppo. Peccato, perché a mio avviso è uno dei più grandi santi della Chiesa. Siccome so che lei lo conosce e lo ha studiato, mi piacerebbe sapere se c’è un aspetto che l’ha particolarmente colpita.

Grazie,

Fabio Corbellini


Caro Fabio,

in tempi di una misericordia così balorda come quella che avvelena la Chiesa oggi, più che un peccato, il fatto che la festa di padre Pio sia passata sotto silenzio mi pare una grazia. Se devo dirle che cosa mi ha colpito di quest’uomo, che è senz’altro uno dei più grandi santi di tutta la storia della Chiesa, partirei da come lo ricordò Jean Guitton in un articolo apparso su La Croix nel 1968: “Avanzava pesantemente verso l’altare alle quattro del mattino davanti a un popolo di fedeli, poveri e ricchi, così accalcati da formare un solo corpo immobile, un’unica preghiera muta. Andava avanti nella celebrazione con sempre più sofferenza e, quando arrivò all’inizio del canone, si fermò come davanti a una scalata inverosimile, un appuntamento d’amore doloroso e radioso, un mistero inesprimibile, un mistero che poteva far morire. Lo sguardo che gettava verso l’alto, dopo la consacrazione, diceva tutto questo. Mi dicevo che era forse l’unico prete stigmatizzato in atto, mentre tutti lo sono in potenza”.

In realtà, fin dalla sua ordinazione, nell’agosto del 1910, tornato a casa a Pietrelcina a causa della salute malferma, il giovane cappuccino sconcertava i compaesani proprio come poi sarebbe capitato al celebre filosofo. Le sue Messe erano troppo lunghe.

Don Giuseppe Orlando, coetaneo e compaesano di padre Pio, si mostrava stupito da quel fenomeno. “La sua santa Messa era un mistero incomprensibile” racconta. “Io poche volte l’ho visto celebrare in paese all’altare Maggiore, riferisco però quello che mi disse il parroco Pannullo, giurando sul suo sacerdozio. Padre Pio, al memento, era talmente assorto nella preghiera, che passava oltre un’ora senza proseguire. La sua Messa era così lunga che la gente la evitava perché, dovendo tutti andare alla campagna a lavorare, essendo questo un paese agricolo, non potevano rimanere per ore ed ore in Chiesa a pregare insieme a lui. Il parroco mi disse che gliene aveva fatta una colpa; l’aveva accusato finanche al padre Guardiano del convento dei Cappuccini, che veniva spesso a Pietrelcina per interessarsi della salute del suo suddito, e il padre Guardiano aveva pregato il parroco di richiamarlo con la mente, perché così, per santa ubbidienza, avrebbe ubbidito. L’arciprete Pannullo, che non era uomo che si faceva prendere per il naso, accolse scettico la preghiera del P. Guardiano, ed avrebbe voluto rispondergli un po’ per le rime, ma finse di ubbidire. Ebbene, tutti i giorni che padre Pio diceva Messa, l’arciprete si metteva in Chiesa e a distanza, mentalmente, lo comandava; e padre Pio subito ubbidiva. Senti, Peppino, mi confermò l’arciprete, io ho i piedi sulla tomba e tu devi credermi che quanto ti ho detto è vero”.

Caro Fabio, se c’è qualcosa in padre Pio che lascia il segno è quel suo essere ostia vivente per donare misticamente tutto se stesso là dove il Figlio di Dio si offre al Padre nel sacrificio supremo. “Hoc est enim Corpus meum”, “Hic est enim Calix Sanguinis mei, novi et aeterni testamenti: mysterium fidei: qui pro vobis et pro multis effundetur in remissionem peccatorum”. E, ogni volta, il sangue di Gesù veniva separato dal suo corpo e attorno a quel sacrificio ruotavano tutto l’universo e la vita eterna di coloro che lo abbracciavano.

“Ditemelo perché soffrite tanto nella consacrazione?” aveva chiesto la figlia spirituale Cleonice Morcaldi. “Perché è proprio lì che avviene una nuova e ammirabile distruzione e creazione”. “In questi vocaboli” spiegano gli autori di Padre Pio nella sua interiorità “Padre Pio racchiudeva la sua intima e misteriosa partecipazione vivente alla tragedia del Golgota. Qui tutto il mistero del dolore e dell’amore di Cristo trovava l’espressione più alta e condivisa dal celebrante Padre Pio, associato alla distruzione di sé e alla configurazione a Cristo Amore (…). Fino alla Comunione, nella Messa di Padre Pio, si percepiva lo scorrere progressivo delle sequenze del Calvario. Padre Pio dopo la Consacrazione, entrava nei vari momenti dell’agonia del Crocifisso fino ‘all’ora nona’; le sette parole di Gesù appassionato, l’abbandono, l’offerta dell’Addolorata a Giovanni fino al Consummatum est. Quella Messa, misticamente, era come duemila anni or sono e i presenti entravano a far parte del Calvario in preghiera”.

z-ppioclbrCaro Fabio, non se ne poteva fare una colpa alla gente di Pietrelcina, se non si rendeva conto che, nella chiesa fuori mano di Sant’Anna, un giovane del paese offriva se stesso per la sua salvezza. Pensi a quanti non se ne rendono conto neppure oggi. Anzi, pensi a quanti oggi non vogliono neppure sentirselo dire.  Se gli uomini capissero che cosa è la Messa, diceva il padre, bisognerebbe avere un esercito di carabinieri che difenda l’altare dall’assalto amorevole dei fedeli. “Il mondo potrebbe stare anche senza sole” amava ripetere “ma non senza la Santa Messa”. Ai sacerdoti insegnava a dividere la giornata in due parti, la prima in preparazione al divino sacrificio e la seconda in ringraziamento.

In uno nei quaderni del diario tenuto durante la prima persecuzione subita ad opera di uomini di Chiesa, tra la fine degli Anni Venti e l’inizio degli Anni Trenta, il frate di Pietrelcina fa spiegare da Gesù stesso che cosa sia la Messa. Una pagina pubblicata da Francobaldo Chiocci e Luciano Cirri in Padre Pio, storia di una vittima, su cui dovrebbero riflettere i riformatori e i loro tristi epigoni:

“Pensate che il sacerdote che mi chiama fra le Sue mani ha un potere che neanche a mia madre concessi; riflettete che se, invece di un sacrestano, servissero il Sacerdote i più eccelsi serafini, non sarebbero abbastanza degni di stargli vicino; domandatevi se, nonostante la preziosità del dono che vi fo, è ancora degno starsene alla Messa pensando altro che a me. Piuttosto sarebbe giusto che, umiliati e riconoscenti, palpitaste a me dintorno e con tutta l’anima mi offriste al Padre delle Misericordie; piuttosto sarebbe giusto considerare l’altare non per quello che lo hanno fatto gli uomini, ma per quello che vale, dato alla mia presenza mistica, ma reale. Guardate l’Ostia, in cui ogni specie è annientata, e vedrete Me umiliato per voi; guardate il Calice in cui il mio sangue ritorna sulla terra ricco come è di ogni benedizione. Offritemi, offritemi al Padre, non dimenticatelo che per questo io torno tra voi.

“Se vi dicessero: ‘Andiamo in Palestina a conoscere i luoghi santi dove Gesù ha vissuto e dove è morto’, il vostro cuore sussulterebbe, è vero? Eppure, l’altare sul quale io scendo ora è più della Palestina, perché da questa me ne sono partito venti secoli fa e sull’altare io ritorno tutti i giorni vivo, vero, reale, sebbene nascosto, ma sono Io, proprio Io che palpito fra le mani del mio ministro, Io torno a voi, non simbolicamente, oh no, bensì veramente; ve lo dico ancora: veramente. (…)

“Gethsemani, Calvario, Altare! Tre luoghi di cui l’ultimo, l’Altare, è la somma del primo e del secondo; sono tre luoghi, ma uno soltanto è Colui che vi troverete.

“(…) Io ritorno, sull’Altare santo dal quale Io vi chiamo, portate i vostri cuori sul corporale Santo che sorregge il mio Corpo, tuffatevi, o anime dilette, in quel Calice divino che contiene il mio Sangue. È lì che l’amore stringerà il Creatore, il Redentore, la vostra Vittima ai vostri spiriti, è lì che celebrerete la gloria mia nell’umiliazione infinita di Me stesso. Venite all’Altare, guardate Me, pensate intensamente a Me…”.

Che cosa aveva di straordinario padre Pio, caro Fabio? Che, attraverso il suo corpo e la sua sofferenza, porgeva a chiunque il corpo e la sofferenza redentrice di Cristo. Questa sì che è misericordia.

Alessandro Gnocchi

Sia lodato Gesù Cristo

“FUORI MODA” – la posta di Alessandro Gnocchi

 

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