Quando Satana si presentò al confessionale per chiedere il discernimento caso per caso

Racconto di fantasia liberamente ispirato ad un episodio della vita di Padre Pio

Quella mattina don Alessandro era entrato nel confessionale come di consueto, e sedeva dinnanzi all’inginocchiatoio in attesa dei penitenti. Vi avrebbe trascorso le solite quattro ore benché negli ultimi tempi il numero dei “pazienti” si fosse alquanto ridotto. Don Alessandro non comprendeva il motivo perché la partecipazione alla Messa domenicale era costante, almeno nella sua parrocchia, e lui non trascurava mai di ricordare nelle prediche l’obbligo di ricevere l’Eucaristia “confessati e in grazia di Dio” per non “mangiare e bere la propria condanna“. Ma quella mattina non sarebbe stata uguale alle altre.

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A un certo punto era entrato in Chiesa un signore alto, snello e vestito con una certa raffinatezza. Senza volgere neppure uno sguardo verso l’altare maggiore e il tabernacolo, si era diretto con passo svelto verso il confessionale.Il reverendo fece cenno di inginocchiarsi ma costui, con tono gentile rispose di voler rimanere in piedi, accennando a problemi articolari. Poi aggiunse:

“Prima di iniziare questa confessione voglio dirle che io non mettevo piede in chiesa da molti anni, ma ho sentito tanto parlare di misericordia in questi tempi e ho deciso di farmi avanti. La Chiesa di Papa Francesco non spaventa piú le persone con la minaccia dell’inferno e non è più rigida nelle sue posizioni. Mi aspetto che lei sia comprensivo e non faccia con me il legalista, come raccomanda il papa”.

“Mio caro signore – rispose don Alessandro sorpreso da un esordio tanto inconsueto – la Chiesa non può cambiare la dottrina. Papa Francesco ha giustamente invitato noi confessori ad avere delicatezza, comprensione e toni pacati nei confronti dei peccatori per non scoraggiarli, e io ho fatto mio questo suggerimento, per cui troverà con me tutti i sorrisi e la comprensione di cui abbisogna. Ma il giudizio sul peccato e un’altra cosa e questo non può cambiare. Sul peccato dirò le stesse cose che avrei detto a lei quattro anni fa”.
“Come fa a dire che nulla è cambiato? – ribatte lo strano individuo – Per nostra fortuna non vedremo più burberi come quel padre Pio che cacciava le persone dai confessionali”.
“È vero in rari casi San Pio cacciava i penitenti perché non erano sinceramente pentiti, ma poi immancabilmente  essi tornavano con le giuste disposizioni e il santo era pronto ad accoglierli con amorevolezza. Il suo fine pedagogico era di favorire la conversione di quelle persone e di impedire una confessione invalida e forse addirittura sacrilega. Comunque, caro signore le ricordo che è qui per confessarsi, cominci dunque”.
L’uomo dall’apparenza gentile assunse un ghigno inquietante, ma il tono della voce rimaneva cortese:

“È presto detto. Io sono una persona con titoli di studio e ho sempre lavorato, ma tempo fa la mia azienda è fallita e mi sono trovato disoccupato con una moglie e due figli da mantenere. Ho cercato un’altra sistemazione ma la crisi economica non mi ha agevolato. Nel frattempo le ristrettezze portavano me e mia moglie a continui litigi e lei mi ha pure minacciato di andarsene, portandosi via i figli perché un antico fidanzato (avuto prima del matrimonio) era disposto a prenderla con sé. Per salvare la mia famiglia sono stato costretto a inventarmi un lavoro disonesto e ho imparato a compiere furti informatici. Non rubo grosse cifre intendiamoci, solo quanto basta per far vivere dignitosamente la mia famiglia,  che così ha ritrovato l’armonia. E sto attento a non derubare la povera gente, ma solo i benestanti”.

Il sacerdote ascoltò in silenzio fissando quel volto inespressivo e inquietante.  Poi rispose:
“Caro signore capisco le motivazioni che hanno spinto lei ad agire in questo modo, ma il suo rimane un peccato mortale, per giunta reiterato. Nostro Signore é certamente disposto a perdonarla e a riversare su di lei la propria misericordia, ma per far ciò è necessario che sia pentito dei suoi peccati e dimostri di avere una retta intenzione di conversione esprimendo il proposito sincero di non più ripeterli e di restituire il denaro rubato. In caso contrario non posso assolverla”.

“Un momento – ribatte l’uomo con tono sostenuto – lei sta parlando da rigido legalista. Evidentemente non ha capito nulla dei rimproveri rivolti da papa Francesco a lei e a tutti i preti come lei. Io non credo che il mio peccato sia così grave perché vi sono costretto dalle circostanze per il bene della mia famiglia, almeno finché non troverò un lavoro. Evidentemente vuole che io mi cerchi un prete più buono di lei”.

Al sacerdote la conversazione appariva surreale ma cercò di mantenere la calma:
“Se lei vuole cercare un altro prete non dubito che possa trovarne uno disposto ad  assecondarla in un giudizio bonario dei suoi peccati. Ma ciò che dovrebbe a lei interessare è se quanto viene detto da quel determinato sacerdote corrisponde all’insegnamento della Chiesa e quindi alla volontà di Dio. Ciò che ho detto in merito alle disposizioni per ricevere validamente il perdono sacramentale è scritto nel Catechismo della Chiesa cattolica. Se un sacerdote concedesse una assoluzione in assenza di pentimento e di proponimento di non ripetere il peccato, si tratterebbe di confessione invalida e lei rimarrebbe privo dello stato di Grazia”.

“Sciocchezze – il tono era sempre più arrogante – Io ho sentito dire che la Chiesa ammette il furto per necessità”.

“No caro signore, il catechismo giustifica l’usurpazione dei beni altrui solo nei casi estremi di un bisogno vitale come quello del nutrimento immediato. Ma il suo stato esclude che possa trovarsi in queste condizioni estreme”.

“Comunque papa Francesco ha introdotto la prassi del discernimento caso per caso per individuare attenuanti che possano cancellare la colpa. Lo ha fatto per i divorziati risposati ma ciò che vale per il sesto comandamento può valere anche per il settimo. Nel mio caso le attenuanti sono determinate dalla non piena avvertenza perché ho sempre creduto legittimo rubare per necessità e anche se lei ora mi dice che le cose non stanno in questi termini io non comprendo le motivazioni che mi obietta. Finché lei non mi convincerà delle sue ragioni ritengo che le mie azioni siano giustificate”.

Don Alessandro cercava di mantenere la calma ma quello strano personaggio lo inquietava:
“Non posso credere che lei non si ritenga in difetto perché se fosse vero avrebbe continuato a frequentare la Messa e a fare la Comunione senza alcuno scrupolo, mentre invece è stato indotto dalla sua coscienza a presentarsi qui da me. Il Magistero ammette la possibilità della ignoranza invincibile, in particolare per i pagani che non hanno mai sentito parlare di Cristo, ma al contempo precisa che esiste la legge morale naturale iscritta nel cuore di ogni uomo. E se per un pagano si deve tenere conto della legge naturale, appare ancora più improbabile ammettere l’ignoranza invincibile per un cattolico, il quale in qualche modo ha avuto modo di accedere all’insegnamento della Chiesa. Ma anche ammesso che lei rientri in questa casistica, il Magistero insegna che l’ignoranza invincibile diventa colpevole ogni qual volta l’uomo non si cura di cercare la verità e il bene oppure quando la coscienza è quasi cieca, in seguito all’abitudine del peccato. In tali casi la persona è colpevole del male che commette. Poiché lei fino ad oggi non si era curato di verificare la liceità delle sue azioni, deve ritenersi colpevole delle stesse. E d’ora in poi, poiché ha appreso da me ciò che insegna la Chiesa, non potrà più appellarsi all’ignoranza”.
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Il volto dell’uomo assunse un ghigno canzonatorio:

“Rimane il fatto che non comprendo l’utilità di questa norma, la quale non tiene conto delle circostanze in cui mi trovo, per cui rimango giustificato”.

“Se lei è cattolico è tenuto ad obbedire al Magistero e alla legge morale. Il Catechismo insegna che lei é obbligato ad una totale adesione per fede relativamente ai dogmi e alla dottrina definitiva, e ad un religioso ossequio relativamente al Magistero ordinario. Qualora ritenesse se stesso legittimato a mettere in discussione gli insegnamenti della Chiesa, classificandole come ingiuste imposizioni, al fine di giustificare le sue azioni, non soltanto sarebbe colpevole di tali azioni, ma sarebbe pure colpevole di apostasia. Non posso giustificare questo suo rifiuto di accogliere l’insegnamento della Chiesa perché mi troverei colpevole insieme a lei. Devo invece invitarla ad accogliere la legge morale e ad avere fiducia nel fatto che solo una piena adesione ad essa realizza il suo bene e quello della sua famiglia”.
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L’uomo lo interruppe:

“Lei non si vuole adeguare ai cambiamenti. Non capisce quanta distanza intercorre tra le norme generali e il caso concreto, con tutte le sue peculiarità, e non tiene conto del primato della coscienza”.

“Caro signore, la legge morale divina vale per tutti i tempi e per tutti i casi concreti e il Magistero non cambia ma piuttosto si sviluppa nella continuità. In quanto alla coscienza essa non ha il diritto di stabilire liberamente ciò che è bene e ciò che è male, perché al disopra di essa c’è la legge divina espressa attraverso la legge morale naturale e la dottrina cattolica. Una coscienza ben formata è in grado di riconoscere il bene nella legge divina, ma può accadere che un uomo abusi del proprio libero arbitrio e metta a tacere la voce di Dio nella propria coscienza decidendo di sovvertire con il proprio giudizio fallace e arbitrario, il male in bene e il bene in male”.
Il tono e il volto dell’uomo apparivano sempre piu glaciali:

“Nel mio caso le azioni sono giustificate dal fatto che il consenso non è libero ma forzato dal timore che venga meno l’unità famigliare e il bene dei figli. Sono sconcertato dalle sue parole fredde e insensibili,  tutte incentrate sulla norma morale, mentre dimentica la questione concreta del bene famigliare di cui a lei non importa nulla. Mi sta invitando a non fare un male per compierne un altro ben peggiore, quello di nuocere ai miei figli”.

“Si sbaglia di grosso – interruppe don Alessandro – io come ministro di Dio posso dirle che il rispetto della legge divina, in questo caso del settimo comandamento, coincide con il massimo bene verso la sua famiglia e verso i suoi figli. La salvezza eterna è più importante delle necessità materiali e un comportamento onesto porterà Grazia e benedizioni alla sua famiglia. Abbia fiducia nella divina provvidenza che certamente premierà i suoi sforzi di essere onesto e non farà mancare il suo aiuto nelle esigenze materiali e per l’unità matrimoniale. I suoi figli, contrariamente a quanto afferma, mi stanno molto a cuore e le mie indicazioni gioveranno soprattutto a loro. Essi cresceranno con l’esempio edificante di un padre che si sforza nelle difficoltà di essere fedele a Cristo e non con quello fuorviante di un genitore disonesto. Lei sostiene che nel suo caso il rispetto della legge divina può portare ad un male peggiore, ma secondo la dottrina il fine non giustifica mai i mezzi, perché nella Chiesa vige il principio secondo cui non è mai lecito compiere un male per salvare un bene più grande. Per quanto riguarda le attenuanti relative al timore delle conseguenze famigliari, esse non c’entrano con il deliberato consenso, che lei esprime ogni qual volta decide lucidamente di compiere i suoi furti. No, il deliberato consenso che costituisce insieme alla materia grave e alla piena avvertenza una dei tre elementi che determinano un peccato mortale non è in discussione. Lei si appella invece a condizionamenti e attenuanti di ordine psicologico, che possono ridurre la gravità del peccato, ma non c’è nulla nel Magistero che possa ritenerle sufficienti per cancellare la colpa. Qualunque azione peccaminosa può chiamare a giustificazione delle attenuanti psicologiche. Per Hitler la pazzia, per i criminali nazisti obbedire agli ordini, per gli assassini seriali le vicissitudini famigliari, per i pedofili e gli stupratori la dipendenza sessuale. Se le attenuanti psicologiche fossero sufficienti a cancellare la colpa avrebbero ragione coloro che credono che l’inferno sia vuoto. Ma le inequivocabili parole di Gesù nei Vangeli e le rivelazioni private dimostrano che le anime dell’Inferno purtroppo non mancano. Le attenuanti possono certamente ridurre la gravità, ma dobbiamo comunque ritenere che in genere i peccati mortali rimangano tali”.

“Lei dice il falso – urlò l’uomo – alcuni teologi affermano che le attenuanti possano ridimensionare la colpa a semplice venialità. Se lei non fosse così rigido mi avrebbe già assolto”.

“Il punto, caro signore, è che non c’è modo di determinarlo, perché solo Dio può leggere lo stato di una coscienza. La distanza tra il peccato mortale e quello veniale è notevole e non è mai detto che le attenuanti siano sufficienti a varcare quella soglia. Un confessore che ritenesse per opinione personale di poter stabilire con certezza il superamento di quel limite commetterebbe giudizio temerario ed esporrebbe il penitente a un grave rischio per la propria salvezza. Se un medico, nel fare una diagnosi, fosse in dubbio tra un raffreddore e una polmonite, dovrebbe curare il paziente ipotizzando il male peggiore e non quello minore. Solo così sarebbe sicuro di salvarlo in ogni caso. Lei poi mi chiede l’assoluzione, ma anche ammettendo per assurdo che i suoi peccati fossero veniali, la mia assoluzione sacramentale sarebbe invalida, se non c’è pentimento e proponimento di non ripeterli”.

“Non importa – intervenne lo strano individuo –  se i miei peccati sono veniali posso fare a meno della sua assoluzione. Io voglio che lei, in nome della misericordia, prenda atto di queste attenuanti e mi tranquillizzi circa l’entità del mio operato. In fondo tutti siamo già stati salvati e i nostri peccati sono già stati perdonati. Se lo farà verrò ogni domenica a Messa, farò la Comunione e offrirò tanta elemosina”.

“Come temevo lei non cerca una crescita nella fede ma solo una giustificazione ai suoi peccati. Ciò che vuol sentirsi dire e di poter continuare a condurre la sua vita senza alcuno scrupolo di coscienza. Ma io non posso accompagnarla su questa strada. Se persino i santi nella loro umiltà erano mossi da un senso di inadeguatezza e si consideravano peccatori, come potrò io incoraggiarla nella sua indifferenza al peccato? Tutti siamo chiamati alla santità e tutti dobbiamo condurre una lotta spirituale contro le nostre miserie. Sentirsi già salvi e il modo migliore per compiere il primo passo verso la dannazione, in quanto fino al momento della morte abbiamo la possibilità di voltare le spalle a Dio. I nostri peccati sono perdonati solo, ripeto solo, se c’è il nostro contributo consistente nel pentimento e nel proposito di conversione”.

“Quindi mi sta chiudendo in faccia le porte della Chiesa? Lei così va contro l’invito di Papa Francesco per una Chiesa in uscita…”.

“Niente affatto – rispose il sacerdote – le porte della Chiesa per lei saranno sempre aperte, come lo erano prima dell’attuale papa. La invito con tutto il cuore a frequentare la Messa e a condurre una vita di preghiera al fine di giungere con gradualità alla conversione. Nel frattempo, però, non potrà accostarsi alla Comunione perché incorrerebbe nell’ulteriore gravissimo peccato del sacrilegio, il quale aggraverebbe la sua situazione spirituale”.
Mentre pronunciava queste parole don Alessandro si domandava dentro di se: “Chi è costui?” Da che mondo viene? Chi sarà mai?”. Una luce interiore gli diede la risposta.. Don Alessandro urlò con tutto il fiato che aveva in gola:”Ripeti subito: viva Gesù, viva Maria”.
Appena pronunziati questi nomi, Satana sparì all’istante, in un guizzo di fuoco, lasciando dietro a sé un insopportabile fetore.
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Giuseppe Fallica

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