A proposito della risposta di don Angelo Citati ad Alessandro Gnocchi

Alessandro Gnocchi, nella sua rubrica settimanale Fuori moda pubblicata su Riscossa Cristiana ha espresso alcune valutazioni sulla regolarizzazione della Fraternità San Pio X da parte della Santa Sede. Gli ha risposto don Angelo Citati, presumo cum permissu Superiorum.
Devo dire che la risposta del sacerdote mi è parsa certamente equilibrata, ma forse un po’ prolissa. E questa prolissità ha finito per confermare i timori di Gnocchi, e di quanti come lui ritengono inopportuna ed improvvida ogni regolarizzazione che abbia come controparte Bergoglio. Vorrei tuttavia soffermarmi su una citazione di mons. Lefebvre:

Santo Padre, ci faccia fare l’esperienza della Tradizione. In mezzo a tutte le esperienze che si fanno attualmente, che ci sia almeno l’esperienza di ciò che è stato fatto per venti secoli!

Mi si perdoni ma credo che questa frase, riportata da don Citati, debba esser presa come una provocazione, come un paradosso al pari di quello con cui primi Cristiani chiedevano alle autorità romane la stessa tolleranza di cui godevano tutte le false religioni, argomentando anche che essi pregavano per l’Imperatore e riconoscevano le autorità costituite.
Perché se così non fosse – se cioè questa frase implicasse semplicemente una tolleranza per la Verità senza l’estirpazione completa ed implacabile dell’errore che ad essa si oppone – si dovrebbe concludere che mons. Lefebvre era liberale, e questo ripugna a chiunque l’abbia conosciuto.
Eppure proprio qui sta il punto: la tolleranza è impossibile verso la Verità, perché essa si pone come unica ed esclusiva, e non può ammettere cittadinanza per l’errore. Ora, quell’esperienza della Tradizione di cui parlava il Fondatore della FSSPX rappresenta per la Roma di oggi lo stesso pericolo che rappresentava per la Roma di Diocleziano: o i Cristiani accettavano che il loro Dio entrasse a far parte del pantheon, o non potevano esser tollerati. E dal Concilio chi siede sul Soglio di Pietro chiede la stessa cosa: o la Fraternità accetta di esser un’opzione tra le molte possibili (e per farlo deve rinnegar se stessa) o non è possibile alcun accordo.
Credere che Roma regolarizzi la Fraternità senza condizioni – anzi addirittura lasciandola libera di continuare a criticare le deviazioni del Concilio e gli eccessi di questo “pontificato” – significa pensare che Bergoglio voglia rafforzare in seno alla Chiesa quanti si oppongono alla rivoluzione conciliare ch’egli incarna, il che sarebbe puro autolesionismo. Come sarebbe puro autolesionismo pensare che la Fraternità voglia anteporre una mera questione canonica alla fedeltà verso la Sacra Tradizione.
L’alternativa più ragionevole è ritenere che, dietro le apparenze di una regolarizzazione canonica si celi invece un colossale inganno, ossia la deliberata volontà di indebolire la Fraternità, cosa che sarebbe ottenuta anche solo facendo in modo che una parte di essa accettasse questo riconoscimento e che un’altra lo rifiutasse. E d’altra parte l’aver essa posto la questione, pone la Santa Sede in una posizione di vantaggio – ancorché solo apparente – dal momento che il semplice prenderla in considerazione da parte della Fraternità dimostra ch’essa non è insensibile alle profferte romane.
Non capisco per quale motivo la Fraternità consideri tanto importante questa regolarizzazione da parte di Bergoglio, quando essa è, davanti a Dio, perfettamente in comunione con la Santa Chiesa (cosa che non si può dire a proposito dell’argentino). Usavano argomenti analoghi anche quanti lasciarono la Fraternità dopo le Consacrazioni: che cioè avrebbero conservato tutto come prima, che nulla sarebbe mutato, che in fin dei conti non veniva loro richiesta alcuna abiura… La realtà di questi decenni li sconfessa senza possibilità di appello. Tra l’altro, coloro che ieri rimproveravano i transfughi con i miei stessi argomenti, oggi sembrano far propria quella temeraria fiducia, quella sindrome di Stoccolma che ha irreggimentato e ridotto al silenzio la Fraternità San Pietro, l’Istituto del Buon Pastore, i monaci di Fontgombauld e i non pochi sacerdoti finiti a celebrare indifferentemente il Novus Horror e la Messa cattolica, e di cui giungono timidi belati su certi blog.
La Fraternità non può e non deve chiedere al Papa il permesso di esser Cattolico, soprattutto quando questo implica una dipendenza giuridica e canonica che – come ricordava mons. Lefebvre – può conoscere delle deroghe in caso di necessità e di pericolo per l’integrità della fede. Né può accettare di condividere questa legittimazione sullo stesso piano di coloro che rappresentano l’esatto opposto di ciò che essa è: ecumenisti, pacifisti, conciliaristi, modernisti, catecumenali, fautori del divorzio cattolico, demolitori della dottrina, negatori della morale, profanatori dei Sacramenti.
In questo grande supermercato conciliare, chi in coscienza ritiene di seguire la Verità – e di esser quindi a tutti gli effetti parte della Chiesa – non può e non deve entrare. Proprio come non entrò mai il Dio Vivo e Vero nel pantheon della Roma pagana. Avere una visione soprannaturale non autorizza a tentare Dio né a mettere in pericolo la propria Fede: il Signore ci vuole fedeli alla Chiesa e al Papato, non a colui che usa la propria autorità per demolire entrambi.
Vorrei infine ricordare un episodio istruttivo offertoci dalla storia recente. Quando in Messico i valorosi Cristeros stavano per sconfiggere definitivamente l’esercito rivoluzionario e massonico, fu loro ordinato dalla Gerarchia di deporre le armi e di arrendersi. Essi avevano praticamente la vittoria in pugno, dopo anni di combattimenti eroici e decine di migliaia di vittime. Essi obbedirono, perché l’ordine giungeva da Roma e il governo aveva promesso clemenza verso i ribelli: furono massacrati senza pietà, nonostante le promesse, e il loro sangue fu sparso per nulla. Non vorrei che i sacerdoti della Fraternità, che per quarant’anni hanno condotto una battaglia meritoria e necessaria, finissero per consegnare le armi ed arrendersi proprio quando la vittoria è imminente.
Condivido quindi l’esasperazione del dott. Gnocchi, anzi la elogio, perché suona come un grido di santa indignatio dinanzi all’apostasia presente. Ed auspico la massima diffidenza verso chi legittima gli eretici, blandisce gli scismatici, abbraccia i deicidi, elogia gli idolatri e i pagani con uno zelo ed una cortigianeria che sorpassa di gran lunga gli asettici incontri con gli emissari della Fraternità.
Quando al posto di Eliogabalo regnerà Costantino, se ne potrà riparlare.
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  1. Caro Baronio in tutto questo discutere su chi ha ragione: o Gnocchi oppure don Angelo, oppure i vari transfughi che hanno lasciato l’ordine di monsignor Lefebvre io vedo solo un unico pericolo : per conto mio il più grande che possa far malissimo alla santa e giusta causa della Tradizione e cioè la divisione. Nostro Signore ci aveva avvisato che un corpo diviso in se stesso non regge,e anche che i figli delle tenebre sono più scaltri dei figli della luce.Il furbastro barbablù queste cose le sa benissimo,e mette zizzania tra l’uno e l’altro, quindi se non stiamo attenti e uniti verremo spazzati via come la neve al sole. E sempre a mio avviso il gioco che si sta facendo dalle alte sfere è proprio questo, metterci gli uni contro gli alti,perchè si sono accorti del pericolo che vanno correndo,loro non hanno più vocazioni, mentre la Fraternità ne ha molte.Le loro chiese oltre che essere diventate pressapoco come dei teatrini di marionette,hanno sempre meno fedeli; mentre le piccole chiese,le cantine,le stanze ( dove per loro bontà ci hanno confinati) si stanno sempre più popolando di fedeli a Cristo, sia di giovani che di meno giovani.La anime hanno bisogno della VERITA’e quando l’hanno trovata non la vogliono più lasciare. Quindi stiamo attenti a non farci dividere. jane

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A proposito della risposta di don Angelo Citati ad Alessandro Gnocchi

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Devo dire che la risposta del sacerdote mi è parsa certamente equilibrata, ma forse un po’ prolissa. E questa prolissità ha finito per confermare i timori di Gnocchi, e di quanti come lui ritengono inopportuna ed improvvida ogni regolarizzazione che abbia come controparte Bergoglio. Vorrei tuttavia soffermarmi su una citazione di mons. Lefebvre:

“Santo Padre, ci faccia fare l’esperienza della Tradizione.

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