L’ingresso di cani e gatti negli ospedali

Venerdì 10 febbraio 2017

Gentilissimo Alessandro Gnocchi,

mi scuso se le sottopongo un argomento forse insignificante rispetto agli argomenti di cui si è parlato in queste settimane, ma ci provo lo stesso. Qualche giorno fa mi ha colpito il fatto che la regione Lombardia ha approvato una norma per l’ingresso di cani e gatti negli ospedali. Non so come esprimere il fastidio che mi dà questa cosa, ma mi pare che dia l’idea di dove siamo arrivati. Lei cosa ne pensa?

La ringrazio per l’attenzione,

Anna Manconi

https://www.riscossacristiana.it/

Cara Anna,

la questione che lei pone, partendo da un fatto piccolo piccolo, è tutt’altro che irrilevante. Ci avevo messo sopra gli occhi una decina di giorni fa e ora ne parlo volentieri perché è un inquietante segno degli inquietanti tempi in cui viviamo.

A beneficio degli altri lettori, la notizia è presto detta. La Commissione Sanità e Politiche Sociali della Regione Lombardia ha dato il via libera al “Regolamento in materia di animali d’affezione” presentato dal consigliere Lara Magoni. Fine della cronaca.

Sfogliando i giornali, non ci avrei fatto troppo caso se non mi avesse colpito il nome del relatore che, da vecchio appassionato di sci, seguivo una ventina d’anni fa per le sue performance sportive. Memore di quegli anni, ho letto tutto con attenzione scoprendo che la signora Magoni spiega come nel “Regolamento” si trovi “ultima, ma non certo per importanza, l’introduzione della possibilità di accesso di cani, gatti e conigli negli ospedali e nelle case di riposo, secondo le condizioni di sicurezza stabilite dalle strutture sanitarie o sociosanitarie, rispettando i requisiti minimi riportati dal Regolamento”.

Ce la si potrebbe cavare con un’alzata di spalle catalogando la vicenda sotto la dicitura “piccole follie quotidiane”. Invece lei non l’ha fatto, cara Anna, per quel senso di inquietudine di cui parla nella sua lettera. E non l’ho fatto neppure io perché, dopo aver letto la notizia, ho subito ripensato a quanto mi diceva qualche mese fa frate un cappuccino che presta il suo servizio come cappellano in ospedale. “Negli ultimi tempi” confidava questo religioso “si è visto un drastico e costante calo delle richieste di estrema unzione. Eppure la gente continua a morire. Passo per le camere, entro, chiedo se qualcuno vuole confessarsi o anche solo pregare e loro dicono quasi sempre di no. Oggi no padre, mi dicono, senza pensare se ci sarà un domani, e spesso si tratta di anziani. Non parliamo poi del vero e proprio terrore per l’olio santo. Non lo vogliono i malati perché si spaventano, e non lo vogliono i parenti perché temono di spaventare i malati”.

Ecco perché, cara Anna, negli ospedali ora entrano cani, gatti e conigli, gli “animali d’affezione”. Una volta rifiutato il ministro di Dio con i sacramenti, arriva il ministro dell’Uomo con i suoi Migliori Amici. Bisogna pur riempire il vuoto che, inesorabilmente, si produce nella vita di un malato privato dello sguardo verso il cielo.

Gli unici sacerdoti ben accetti sono quelli che si guardano bene di parlare di Dio. Arrivano, fanno gli amiconi, chiacchierano di calcio, del Festival di Sanremo, magari fanno anche qualche battuta sulla politica e se ne vanno. “Com’è simpatico”, commentano di solito malati e parenti, che non hanno altro orizzonte se non quello della glicemia, dell’uricemia, della gastroscopia o della chemioterapia. Certo che è simpatico, non potrebbe essere altrimenti con quel materialistico “ricordati che devi guarire” invece del cristiano “ricordati che devi morire”. Addirittura innocuo.

Ma io li capisco bene i malati e i parenti che si spaventano trovandosi davanti un cappellano come il mio amico cappuccino. Con la testa rasata, la barba lunga e incolta, lo zucchetto, il saio marrone e il rosario in mano, sembra disegnato apposta per rammentare tanto ai pazienti ammalti quanto ai parenti sani che il momento della fine arriva per tutti e ha un nome preciso, inequivocabile e ineludibile: morte. E poi, dopo la morte, fa intuire qualcosa di ancora più tremendo: il giudizio. Purgatorio, Inferno o Paradiso, parole troppo grandi per anime troppo ristrette.

In questo periodo frequento con una certa assiduità gli ospedali, un po’ per questioni mie e un po’ per questioni altrui. In fila per un esame, in corsia, di fianco al letto di un malato, mi viene naturale tenere il rosario in mano, perché io ho paura della morte, cara Anna, per me e per le persone a cui voglio bene. Ma ho ancora più timore del giudizio e rimango incantato davanti alla triade Purgatorio, Inferno, Paradiso. Ma mi rendo conto di sembrare un tipo bizzarro. Ormai anche le suore sfrecciano spedite fra corridoi e corsie pensando ad altro, chi sarà mai questo tizio che infilza le Ave Maria?

Poco dopo Capodanno, con mia moglie, ho assistito suo zio in agonia. Negli ultimi istanti c’eravamo noi due, il nostro amico cappuccino e un medico rianimatore che si è tolto i guanti e la mascherina e ha pregato con noi. Attorno erano state tirate delle tendine per avere un minimo di decoro. Oltre le tendine, si percepiva il vuoto quasi meccanico di chi pensa giustamente a guarire, ma solo a quello. E non immagina che il soffrire di quel momento dà magari più frutto di tutto quanto si è fatto nella vita intera. E non pensa che per ben guarire, bisogna pensare al ben morire.

Ma questo è ancora nulla, cara Anna. È solo la banalissima conseguenza dell’accurato lavoro con cui il principe di questo mondo si applica alla dannazione degli uomini. Potremmo definirlo l’effetto visibile di una causa remota e ben conosciuta. Ciò che davvero inquieta è la causa prossima e per nulla scontata: l’indifferenza per i sacramenti indotta nei fedeli dall’incuria di chi li deve, o dovrebbe, amministrare.

Questa è l’opera della neochiesa, che è per sua natura una chiesa a-sacramentale. Dedita al culto dell’Uomo che salva se stesso, questa neoplasia dello spirito deve chiudere le vie attraverso cui la Grazia di Dio giunge alle creature. Ma, siccome non può ancora manifestarsi per ciò che è veramente, ottiene il suo scopo inducendo indifferenza e incuria per i sacramenti.

I primi a essere colpiti vigliaccamente da tale azione sono i più deboli, i malati posti davanti alla morte senza la difesa spirituale a cui avrebbero diritto. Tutte anime lasciate in balia del demonio nel momento cruciale in cui si decide il loro destino eterno.

Cara Anna, capisce perché la inquietava tanto quella notizia che poteva apparire solo bizzarra? Dietro il velo della cronaca, probabilmente, ha intuito il grande ospedale da campo profetato da Bergoglio. Una gioiosa macchina per la perdizione delle anime in cui non c’è peccato e dunque non servono i sacramenti. La neochiesa, appunto.

Alessandro Gnocchi

Sia lodato Gesù Cristo

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione / Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione / Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione / Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione / Modifica )

Connessione a %s...